Che cosa sono le emozioni?

  • L’emozione è una modalità sensoriale diretta verso l’interno
  • Le emozioni sono insiemi di risposte chimiche e neuronali
  • Hanno un ruolo regolatore da svolgere, assistendo l’organismo nella conservazione della vita
  • Sono processi determinati biologicamente, anche se apprendimento e cultura possono conferire alle emozioni nuovi significati
  • Questi processi si innescano automaticamente, anche se all’interno di una variabilità individuale e culturale
  • Le emozioni usano il corpo come teatro

Definizioni

Azioni o movimenti, in larga misura pubblici, ossia visibili ad altri, che si manifestano nel volto, nella voce o in comportamenti specifici.
Reazioni, che si manifestano nel corpo, a determinati stimoli
Prima viene l’emozione (nel corpo) poi il sentimento (nella mente): il sentimento è la consapevolezza dell’emozione.

Classificazione delle emozioni

  • Emozioni di fondo: energia, entusiasmo, malessere, eccitamento, nervosismo, tranquillità
  • Emozioni primarie: paura, rabbia, disgusto, sorpresa, tristezza, felicità
  • Emozioni sociali: imbarazzo, vergogna, senso di colpa, orgoglio, gelosia, invidia, gratitudine, ammirazione, indignazione, disprezzo

La funzione biologica delle emozioni

  • Le emozioni servono a:
    produrre una reazione specifica alla situazione che induce l’emozione (ad esempio, un animale che si sente minacciato può fuggire, aggredire, restare immobile…)
  • regolare lo stato interno dell’organismo in modo da prepararlo alla reazione specifica (aumentare il flusso sanguigno negli arti, modificare il ritmo del cuore o della respirazione…)
  • negli organismi dotati di coscienza, che “sanno” cioè di avere emozioni, queste agiscono anche sulla mente, per il tramite del sentimento, e accrescono le capacità dell’organismo di reagire in maniera adattiva.

Funzione negativa delle emozioni

Le parole sono spesso mosse dalle emozioni: timori, paure, gelosia, invidia, competizione, desiderio di rivalsa, lati ombra che dimorano in noi e l’emozione in questo caso pregiudica la comunicazione e condiziona la relazione.
Non ascoltare, rimanere sordi a ciò che si muove in noi rende incongrue le nostre azioni, fa sì che mandiamo messaggi contrastanti agli altri, vanificando i nostri sforzi comunicativi.

Funzione positiva di orientamento

I sentimenti, le emozioni, gli stati d’animo ci aiutano a comprendere il contesto in cui agiamo.
C’è chi definisce l’emozione una specie di sesto senso: consente valutazioni rapide e sintetiche.
Le emozioni ci rendono attenti al clima, all’atmosfera, alla relazione, creano sintonia con gli altri
Accompagnano e suscitano immagini e fantasie.
Riguardano i colori, le sfumature e il contatto; danno pienezza alla comunicazione e fondamento alla memoria.

Cos’è la competenza emotiva?

La competenza emotiva si manifesta come capacità di riconoscere le emozioni proprie ed altrui, di motivare noi stessi, di usare con “intelligenza” le emozioni, tanto in rapporto a se stessi quanto nelle relazioni con gli altri.
Per raggiungere una competenza personale occorrono:
consapevolezza di sé (conoscere i propri sentimenti, usare questa conoscenza nei processi decisionali, saper valutare in modo realistico le proprie possibilità e i propri limiti
padronanza di sé (gestire le emozioni in modo che non siano di disturbo rispetto agli obiettivi, reggere le frustrazioni, fidatezza e assunzione di responsabilità). La disciplina della padronanza personale suggerisce che possiamo, come individui, coltivare un modo di pensare che ci guidi gradualmente verso essa. Quanto più ci esercitiamo in questo modo di pensare, tanto più ci sentiremo competenti e sicuri, e tanto più ci concederemo di essere consapevoli della tensione che ci può far andare avanti, se la coltiviamo
auto-motivazione (spinta alla realizzazione, impegno, iniziativa, positività)

Per raggiungere una competenza sociale occorrono:
Empatia (consapevolezza dei sentimenti, delle esigenze e degli interessi altrui cioè percepire i sentimenti degli altri, saper adottare il loro punto di vista, accettare e valorizzare le diversità e avere un atteggiamento di fiducia)
capacità sociali (intelligenza sociale, influenza, collaborazione, saper sviluppare reti di relazioni, favorire il cambiamento, leadership, gestire i conflitti, negoziare).

LA RABBIA

Che cos’è della rabbia?

La rabbia è un’emozione, cioè uno stato affettivo intenso che si attiva grazie all’intervento di diversi
stimoli interni od esterni all’individuo e all’interpretazione cognitiva che vi si attribuisce.
E’ un processo che si svolge attraverso alcune fasi (inizio, durata, attenuazione) cui si accompagnano modificazioni fisiologiche e comportamentali che hanno spesso una funzione di adattamento dell’individuo all’ambiente. Le modificazioni fisiologiche consistono nell’accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare, nella sensazione soggettiva di calore e di irrequietezza, sono dovute all’attivazione del sistema nervoso autonomo e servono a predisporre l’individuo all’azione. Il comportamento del soggetto cambia perché si crea dentro di lui un propellente energetico di cui si serve per passare alle vie di fatto che si concretizzano in azioni o espressioni verbali aggressive il cui scopo è la difesa della propria immagine, il ristabilire la giustizia oppure conservare la propria dignità personale.
La rabbia secondo Novaco (1975) è una risposta emotiva ad uno stimolo considerato dall’individuo
come provocatorio, si attiva quando egli valuta un evento come un ostacolo al perseguimento di un
proprio obiettivo, oppure quando ritiene di aver subito immeritatamente un torto o un danno (D’Urso, Trentin 2001). Essa rappresenta un segnale di allarme che ci mette a conoscenza della presenza di un ostacolo al raggiungimento dei nostri scopi o della violazione dei nostri diritti. La sua funzione è di avvisarci della presenza di una minaccia alla nostra autostima, alla nostra immagine sociale, e alla possibilità di essere vittima di un’ingiustizia, e di metterci nelle condizioni di poterla eliminare alla fonte. L’intensità e la durata aumentano quando l’individuo si accorge di avere pochi strumenti per fronteggiare
gli eventi che l’hanno generata.

Quali sono le condizioni che possono elicitare la rabbia?

Le valutazioni di una persona circa la maggiore o minore responsabilità e la consapevolezza attribuite alla persona che compie l’azione ingiusta, l’intenzionalità di ferire che le si attribuisce, incrementano il senso di ingiustizia e con esso la rabbia. Non è mai un solo elemento a scatenare questa reazione emotiva ma si attiva tutte le volte che si valuta di aver subito un torto ed esso è ritenuto: intenzionale, malevolo, immotivato e compiuto da una persona indesiderabile.
Ci si arrabbia raramente nei confronti degli oggetti e più di frequente verso le persone, perché attribuiamo loro la consapevolezza e la volontà di arrecarci un danno.

La rabbia inoltre, risulta essere più intensa quando a scatenarla sono persone cui vogliamo bene
(parenti o amici) e questo avviene per almeno tre motivi:

  1. Temiamo maggiormente che ci abbandonino
  2. Vi è maggiore confidenza e minore controllo dell’aggressività
  3. Ci interessa di più ottenere una modifica del loro comportamento e delle loro azioni

E’ stato dimostrato che le arrabbiature, cui facciano seguito opportune spiegazioni e occasioni di
chiarimento, migliorano la qualità delle relazioni perché permettono di ottenere un aumento della
comprensione e dell’affiatamento fra le persone in interazione.

Qual è la funzione della rabbia?

Le ricerche condotte sul comportamento delle specie animali hanno dimostrato che la rabbia si scatena con lo scopo di garantire la sopravvivenza all’individuo e ai suoi piccoli, e di difendere il cibo e ed il territorio. L’espressione mimica e corporea della rabbia osservata negli animali e negli esseri umani è molto simile: i cambiamenti del volto comprendono: aggrottare violento delle
sopracciglia, scoprire e digrignare i denti , stringere le labbra mentre gli occhi appaiono lucidi.
La teoria cognitiva assume che la condotta degli esseri umani sia regolata da scopi, cioè da stati
desiderati, che possono essere più o meno espliciti e che l’individuo cerca di raggiungere o evitare.

– Scopi costruttivi: volti a modificare il comportamento altrui e rendere più stretta la relazione con la persona con cui ci si arrabbia, di asserire la propria libertà ed indipendenza e di ottenere che gli altri facciano qualcosa di utile per sé stessi.
– Scopi malevoli: permettono di rompere o peggiorare i rapporti con l’altra persona, di vendicarsi per un torto subito, e di esprimere odio e disapprovazione.
– Scopi evasivi: che servono a far diminuire l’intensità della rabbia attraverso lo sfogo dell’aggressività oppure lasciando perdere.

Si può imparare a gestire la rabbia?

La terapia cognitiva risulta essere attualmente una delle forme di psicoterapia più avanzate e supportate da ricerche scientifiche. Essa non è una metodologia che coincide con l’uso di una tecnica ma si caratterizza per l’attenzione che attribuisce alla mente ed in particolare all’interpretazione che l’individuo dà alla realtà.
Ciò che caratterizza la psicoterapia cognitiva è la spiegazione dei disturbi emotivi attraverso l’analisi della relazione fra pensieri, emozioni e comportamenti (Mancini, Perdighe 2008). Uno degli aspetti principali di questo approccio è identificabile nella celebra frase del filosofo stoico Epiteto. “ L’uomo non soffre per le cose in sé, ma per le opinioni che egli ha di quelle cose”. Le reazioni emotive che fanno soffrire l’individuo, ed il disagio che ne deriva, sono frutto di distorsioni di tipo cognitivo: la patologia è frutto di pensieri, schemi e processi disfunzionali (Mancini, Per dighe 2008). Le emozioni di base, fra cui la rabbia, sono filogeneticamente determinate, hanno una base innata ed una funzione adattiva, tuttavia possono diventare causa di sofferenza per il soggetto quando la loro intensità è molto elevata e si protrae a lungo. Nel caso della rabbia, essa diventa disfunzionale, per la persona, quando la sua manifestazione ne compromette le relazioni sociali o la spinge a compiere azioni dannose verso persone oppure cose.
La psicoterapia cognitiva si serve di numerose tecniche alcune strettamente cognitiviste altre comportamentiste, che differiscono fra loro per il fatto che le seconde considerano il cambiamento delle convinzioni dell’individuo, come un effetto dell’intervento e non il suo scopo.
Tutte le procedure vengono utilizzate in vista della riduzione della sofferenza emotiva e differiscono fra loro a seconda della strategia di cambiamento sottesa, alcune hanno lo scopo di elicitare i contenuti problematici e servono a far emergere le convinzioni e gli schemi disfunzionali; altre sono orientate alla modifica del contenuto del pensiero e degli schemi, servono a mostrare al paziente la parzialità e non correttezza della propria interpretazione dandone così un significato più funzionale; altre ancora sono finalizzate a rendere meno rigide ed assolutistiche le convinzioni della persona; vi sono poi le procedure orientate a modificare direttamente le emozioni e le condotte migliorando le capacità di fronteggiamento delle situazioni attraverso l’apprendimento di nuove competenze (Mancini, Perdighe 2008).

LA VERGOGNA

La vergogna è un’emozione complessa e multiforme, che provoca dolore, legata alla percezione di sé. Quando si prova vergogna si ha la percezione di essere stati scoperti e di conseguenza si vorrebbe diventare invisibili, sparendo per sempre dagli sguardi altrui. La vergogna fa parte delle emozioni secondarie. Si tratta di una emozione complessa, più strutturata rispetto alle altre, ed è correlata alla percezione che si ha di se stessi. Per tali ragioni è stata definita l’ emozione dell’autoconsapevolezza. La vergogna si presenta come un senso sgradevole di nudità, di trasparenza. Quando si prova vergogna si ha la percezione di essere stati scoperti e di conseguenza si vorrebbe diventare invisibili, sparendo per sempre dagli sguardi altrui.

Perché ci vergogniamo?

Ci vergogniamo per qualcosa che si è commesso o per quello che si è, per quello che si ha o non si ha, per i propri pensieri, le proprie emozioni, il proprio corpo, ecc. La vergogna è un’emozione che riguarda il passato, il presente e il futuro. In ogni caso, è un’emozione di forte intensità che determina dolore anche molto profondo. Quando si prova questa emozione, il pensiero è quello di sentirsi inferiori, profondamente giudicati e diversi da come si vorrebbe essere. Inoltre, se presente una bassa stima di se stessi, la vergogna provoca un definitivo crollo della propria persona e per questo diventa una vera e propria minaccia all’identità personale. La persona che si vergogna si percepisce confusa, disorientata e dedita alla fuga da una situazione ormai diventata scomoda, perché piena di persone giudicanti, quindi, il disagio che ne consegue è molto intenso e crea anche un blocco nella comunicazione. In situazioni di vergogna il primo comportamento attuabile è distogliere lo sguardo dall’altro, poi si ripiega la postura, si volta il viso, che in genere potrebbe arrossire, ci si nasconde poiché la tendenza è di voler diventare invisibile. Tutti questi atteggiamenti confermano di non essere riusciti a raggiungere determinati standard di prestazione, o anche norme e valori, ritenuti indispensabili per avere una buona considerazione di se stessi.

Come si reagisce alla vergogna?

Alla vergogna si reagisce in un duplice modo: arrabbiandosi o isolandosi. L’emozione, dunque, che ne deriva dipenderà dal tipo di carattere della persona e dalla cultura di provenienza da cui derivano determinate regole o norme. Alcuni al cospetto della vergogna tendono a far finta di nulla o provano imbarazzo,altri, invece, affrontano la situazione fornendo supporto alla persona in difficoltà, rassicurandola, mentre altri ancora reagiscono con lo scherno o il riso.

Tipi di vergogna

Si possono distinguere molti tipi di vergogna

  • Vergogna del fare, in cui l’oggetto è l’agito e per questo è molto meno invasiva;
  • vergogna dell’essere, molto più profonda e dolorosa, riguarda l’essenza della persona, la sua identità;
  • vergogna da svelamento o smascheramento, in cui la persona si trova ad affrontare una situazione contro la sua volontà;
  • vergogna per le lodi, che si assume non siano meritate o a causa di qualche senso di colpa.
  • vergogna ricorsiva, legata al circolo vizioso della vergogna stessa, quando ci si vergogna di vergognarsi;
  • vergogna transitiva, quando per colpa del proprio comportamento si genera vergogna in un’altra persona;
  • vergogna transpersonale, quando ci si vergogna della propria famiglia, istituzione, nazione, o nel gruppo nel quale ci si identifica;
  • vergogna contagiosa, quando ci si vergogna di fronte all’improvviso vergognarsi di qualcuno.

La vergogna, però, non va confusa con il pudore che nasce dalla volontà di non volersi mostrare allo sguardo altrui. È una forma di protezione psicologica atta a difendere lo spazio peripersonale, verso il quale non necessariamente si provano sensi di inadeguatezza. Chi ha pudore non sempre ha vergogna nel mostrarsi, ma semplicemente è una persona che non ama mostrarsi, esibirsi davanti ad altri.

SENSO DI COLPA

Il senso di colpa porta a ripensare all’evento accaduto in un presente caratterizzato da pensieri del passato: corrisponde a un non vivere la quotidianità. Esattamente per colpa si intende il continuo ripensare a come sarebbe potuto andare una situazione diversamente da come si è svolta. Quindi, è un continuo riportare il passato nel presente. Spesso si è addolorati da cose che avremmo potuto fare e che per varie vicissitudini non abbiamo fatto. In questi casi l’emozione che si prova è la colpa. La colpa è un’emozione che scaturisce da un evento passato, di conseguenza il processo che la determina e la mantiene è il rimuginio.

Coloro che sono afflitti da senso di colpa cronico sono inglobati totalmente in questo stato negativo fino a inficiare la propria vita relazionale e sociale. Esattamente per colpa si intende il continuo ripensare a come sarebbe potuto andare una situazione diversamente da come si è svolta. Quindi, è un continuo riportare il passato nel presente tramite immagini e pensieri legati all’evento. Tutto questo ruminare porta a staccarsi dalla realtà e a non godere a pieno della quotidianità. Chi prova colpa prende decisioni importanti sulla scia di questa emozione negativa e relega la propria vita a sottostare a questa emozione.

I pensieri di chi è in colpa sono del tipo: “non riesco a perdonarmi per quello che ho fatto, per questo mi sento una brutta persona e non merito nulla di buono”.

Qual è lo scopo della “colpa” e del “senso di colpa”?

La colpa è un’emozione, avente come scopo il mettere in guardia dagli eventi. Se si cronicizza, diventa patologica e a questo punto bisogna mettere in discussione il modo di affrontare le situazioni e, soprattutto, i pensieri e i comportamenti, assumendosi se necessario le proprie responsabilità. Spesse volte, però, non si tratta di vera e propria colpa, ma di un qualcosa che si chiama senso di colpa. Il senso di colpa si distingue dalla colpa perché ci annuncia che le cose potrebbero non andare come vorremmo, ma ancora non si è certi di come possano concludersi. È una sorta di stato anticipatorio della colpa vera e propria. Mentre, la colpa si manifesta a cose avvenute, quando non c’è più nulla da fare. Solo a questo punto, quando il senso di colpa si trasforma in colpa vera e propria e non è possibile rimediare all’accaduto, l’emozione negative invade e pervade tutto. In ogni caso si tratta di emozioni che hanno a che fare con la sfera della moralità, e potrebbe in estrema ratio sfociare in vergogna fino a quando non si pone rimedio al fatto negativo. Molto spesso, non è possibile rimediare e a quel punto l’unica cosa da fare è accettare quanto accaduto senza ulteriori rimuginii.

Prima di arrivare all’accettazione, però, è necessario gestire l’emozione negativa familiarizzando con essa, conoscendola e cercando di capire cos’è e come agisce. Tutto questo, è indubbiamente molto difficile da attuare, perché riconoscere la colpa significa prendere atto delle proprie debolezze e quindi mettere in dubbio il proprio senso di autoefficacia. Inoltre, la colpa può celare un senso di onnipotenza o perfezione (è tutta colpa mia!), attuata attraverso un eccessivo controllo sulla realtà. Tutto questo induce gli altri a esercitare potere perché facendo leva sul senso di colpa tengono sotto scacco fino a portare il mal capitato nel baratro della colpa.

FRUSTRAZIONE

La frustrazione è la mancata gratificazione di un desiderio, oppure l’impedimento alla soddisfazione di un bisogno. È uno stato psicologico che si verifica quando un ostacolo blocca il conseguimento di un fine da parte di un organismo che sia motivato a conseguire quel fine.

Componenti fondamentali per comprendere il concetto di frustrazione:

  • la frustrazione può verificarsi solo per un organismo che può guidare il proprio comportamento dirigendolo verso un fine;
  • il comportamento deve essere attivato da una motivazione più o meno specifica;
  • occorre che ci sia un oggetto (incentivo) corrispondente al bisogno-desiderio-attesa, in grado di gratificarli;
  • non c’è frustrazione senza l’interferenza di un ostacolo che interviene tra la motivazione e l’incentivo, impedendone l’acquisizione.

Le cause della frustrazione
1) Fattori fisici: l’individuo è costantemente impegnato ad affrontare un ambiente fisico che ha leggi proprie, non sempre corrispondenti ad una immediata soddisfazione delle esigenze dell’organismo (ad es. fame, sete, riparo, protezione, freddo, caldo, umidità…).
2) Fattori sociali: l’uomo vive in un ambiente fisico “umanizzato”, cioè sociale, costruito per adeguarsi alle esigenze dell’uomo. Ma le norme sociali che reggono questo ambiente non sempre favoriscono l’esistenza: molte norme scritte (e non scritte) vincolano l’azione, al punto che impediscono la soddisfazione dei desideri (ad es. la vincita di un concorso).
3) Fattori personali: si suddividono in biologici, psicologici e sociali.

a) Quelli biologici riguardano l’organismo (fonte di frustrazione è una particolare condizione fisica: piccolo di statura, capelli rossi, miopia…). Ovviamente la situazione fisica in sé non è causa di un disadattamento, ma lo diventa se viene vissuta così o se viene proposta al soggetto in modo frustrante.
b) I fattori psicologici riguardano la personalità (ad es. vivere in un ambiente centrato sull’efficienza operativa può essere frustrante per chi possiede una personalità desiderosa di coinvolgimento emotivo, contatto umano e comprensione).
c) I fattori sociali riguardano la società (ad es. l’appartenenza a un certo contesto o classe sociale può determinare frustrazione). Da notare però che una stessa esperienza di mancata gratificazione può essere percepita da una persona come sgradevole o umiliante, mentre per un’altra può essere stimolante. Spesso l’impossibilità di soddisfare immediatamente un desiderio è utile stimolo di ricerca di nuove soluzioni.

Come si reagisce alla frustrazione?

  1. Persistenza dell’ostacolo: quanto maggiore è l’incentivo-motivazione, tanto maggiore sarà la tendenza a persistere nel raggiungimento di quella gratificazione che risulta impedita dalla persistenza dell’ostacolo.
  2. Reazione aggressiva: la mancata gratificazione protratta nel tempo può scatenare la reazione aggressiva. L’energia viene distaccata dall’oggetto che ostacola oppure viene reinvestita (sempre in modo aggressivo) su un altro oggetto. La reazione aggressiva è proporzionata alla frustrazione. A volte, per effetto di cumulazione, si può verificare una reazione fortemente aggressiva alla fine di una lunga serie di frustrazioni di modesta entità, nessuna delle quali, singolarmente vissuta, avrebbe scatenato la crisi.
    La reazione aggressiva può essere eterodiretta (rivolta verso l’esterno) oppure autodiretta (rivolta su di sé). Risponde alla seguente logica: “Se qualcosa è andato male, ci sarà una colpa; la colpa è di qualcuno; questo qualcuno deve essere punito”. A seconda che il “qualcuno” sia il soggetto stesso o un altro, la reazione aggressiva è intrapunitiva o extrapunitiva.
    · Da sottolineare anche la reazione aggressiva rediretta: ad esempio una persona frustrata può ritenere giustificato il suo risentimento nei confronti di un’altra persona (che crede si sia comportata in modo offensivo) senza rendersi conto (perché il processo è inconscio) che il suo risentimento è dovuto al fatto che quella persona ne sostituisce in realtà una terza, che era stata effettivamente offensiva nei suoi confronti e verso la quale non aveva potuto reagire.
  3. Stimolante dell’intelligenza: la frustrazione attiva il comportamento, per cui può essere utilizzata per l’apprendimento, a condizione che non sia troppo intensa né troppo prolungata (ad es. nelle interrogazioni le domande troppo “tranquille” o troppo “disturbanti” del prof. hanno un rendimento di risposta minore).
  4. Reazione cooperativa: la frustrazione può attivare collaborazione fra i soggetti che la subiscono (ad es. quando esiste la minaccia di un nemico comune si dimenticano i vecchi torti).
  5. Ansia, Angoscia e Apatia: in tutti quei casi in cui l’entità della frustrazione subita è così elevata da superare i limiti di tolleranza da parte del soggetto. L’ansia è uno stato di agitazione-stress-timore; l’angoscia è un’incontrollabile agitazione, un’incapacità a reagire; l’apatia è caratterizzata da indifferenza-distacco-demotivazione totale, tipica di quei soggetti provati da gravi traumi emotivi (prigionia, terremoti, tortura, lutto, tradimento…) o di soggetti patologici. L’apatia è l’estrema protezione del proprio io da un’angoscia altrimenti insopportabile.

IMBARAZZO

L’imbarazzo è un’emozione pro-sociale. L’esperienza dell’imbarazzo, non è per niente gradevole e per questo, anche in ambito psicologico, viene considerata un’emozione negativa. Come la vergogna, il senso di colpa, l’imbarazzo riguarda l’autoconsapevolezza, nel senso che, per provare questa emozione, occorre avere sviluppato delle abilità cognitive che consentano di poter rilevare criticamente le valutazioni date da altri sul proprio comportamento. Le persone riferiscono di sentirsi imbarazzate quando si sentono esaminate da altri e questo viene vissuto come una minaccia all’immagine della identità sociale desiderata. L’imbarazzo è un’emozione talmente potente, da generare talvolta uno stato di ansia anticipatoria, capace di alterare le interazioni fra persone e lo stile di vita (ad esempio, attraverso il ritiro sociale), e addirittura portare, nei casi più gravi, a disturbi psicopatologici.

Come si manifesta l’imbarazzo?

A livello di linguaggio del corpo, i segnali di imbarazzo sono i seguenti: evitamento dello sguardo altrui, controllo e inibizione del sorriso, movimenti della testa verso il basso e lateralmente, toccamenti del viso e riso. Questi comportamenti, se ci si pensa bene, sono molto simili a quelli del soggetto che desidera mostrarsi sottomesso e sono osservabili non solo fra gli esseri umani, ma anche negli animali, quando essi si sentono in colpa per qualcosa e mostrano comportamenti che richiedono pacificazione e riconciliazione.

Le funzioni dell’imbarazzo

L’imbarazzo è dunque sostanzialmente un modo per chiedere scusa, attraverso il linguaggio non verbale, al fine di evitare un giudizio troppo severo, o addirittura un’aggressione. Anche se rimane un’emozione dolorosa dunque, può essere visto come uno strumento che assolve importanti funzioni sociali. Erving Goffman (1956), sosteneva che l’imbarazzo viene provato quando gli individui violano le norme di comportamento sociale e di deferenza presenti nelle interazioni sociali. All’interno di tali situazioni, affermava Goffman, mostrare imbarazzo non è da considerarsi una disfunzionalità, uno sfogo irrazionale, ma una modalità di comportamento capace di ristabilire le relazioni sociali che appaiono compromesse ed impegnarsi per seguire quelle stesse norme in futuro. Secondo altri autori, la funzione sociale di questa emozione va ben oltre il semplice chiedere scusa attraverso il linguaggio del corpo di cui si è fin qui discusso: l’espressione di imbarazzo può servire infatti a segnalare agli altri il comportamento pro-sociale di un individuo. Il comportamento pro-sociale è quello che va nella direzione della socialità e non dell’egoismo: comprende dunque le cure e le attenzioni che una persona pone nei confronti del benessere altrui, nell’evitare o prevenire il disagio delle altre persone, nel mostrarsi affidabili nei confronti degli impegni presi, ecc. L’imbarazzo può essere dunque il segnale evidente della conoscenza e della interiorizzazione delle norme sociali e, visto in questo senso, può offrire una serie di benefici sociali: ad esempio, può determinare una  reputazione positiva, riconoscimento che compensa  i costi personali del comportamento altruistico e rende l’individuo socialmente attraente, ammissibile nel proprio gruppo (Gintis, 2003).

In un certo senso dunque, andando un po’ contro-corrente, in una società che spesso ridicolizza e colpevolizza gli individui che mostrano di provare imbarazzo in alcune situazioni sociali, questi studiosi invitano a tenere maggiormente in conto questo segnale. Come altri animali sociali, dunque, gli esseri umani dovrebbero essere più attenti ai “segni rivelatori” di prosocialità e rispondere a tali segni con fiducia e sentimenti di affiliazione (Frank, 1988). Se due individui pro-sociali riescono a riconoscersi nella moltitudine, grazie all’emozione dell’imbarazzo, essi possono fare affidamento l’uno sull’altro ed interagire, in modo da sfruttare i vantaggi della reciproca collaborazione e dell’altruismo reciproco, evitando così i costi del loro sfruttamento, da parte di individui più egoisti.

Quando ci si imbarazza?

Quali sono le situazioni nelle quali è più facile imbarazzarsi? Non esiste una risposta univoca a questa domanda perché molto dipende da quali sono i valori, le regole che ciascuno ha e soprattutto dall’immagine che di noi stessi abbiamo e che desideriamo preservare davanti agli altri. Tuttavia è possibile individuare alcune situazioni nelle quali più che in altre è possibile provare imbarazzo.

  1. In genere queste situazioni sono connesse ad un fallimento in pubblico, alla contraddizione fra le richieste di ruoli diversi, alla perdita del contegno o del controllo del proprio corpo, all’intimità fisica ed emotiva.
  2. Inoltre esistono situazioni nelle quali siamo imbarazzati per l’imbarazzo di qualcuno che ci è vicino, oppure circostanze nelle quali noi lo sperimentiamo al posto di qualcun altro.
  3. Altra situazione che spesso genera imbarazzo è l’essere oggetto di lodi o di attenzione o il venir insigniti di premi. In questo caso l’imbarazzo si genera non tanto per la situazione di per sé positiva quanto per il timore o la sensazione di dover subire ulteriori valutazioni e quindi di non dimostrarsi all’altezza della situazione.

Ci sono persone che si imbarazzano più di altre?

In genere si imbarazzano più facilmente le persone che tendono da un lato, a sopravvalutare l’importanza e la severità del giudizio degli altri, dall’altro a sottovalutare le proprie capacità; spesso si tratta di persone che hanno una forte consapevolezza di sé e del proprio modo di apparire in pubblico, di persone che hanno livelli di aspirazioni più alti della media e che presentano una grande capacità empatica. Rispetto alla facilità con cui ci si imbarazza, non sembra ci siano differenze significative tra uomini e donne, anche se le donne sembra si imbarazzino più facilmente per il doversi esibirsi in pubblico e per l’intimità fisica, mentre gli uomini si imbarazzano di più per questioni legate al proprio prestigio economico e professionale.

Che fare quando si è in imbarazzo?

Alcuni accorgimenti da adottare in situazioni imbarazzanti:

  • se siete imbarazzati per una piccola cosa che danneggia solo voi, siate i primi a farla notare e a riderci sopra;
  • se avete fatto una goffaggine grossa e che danneggia qualcuno, scusatevi rapidamente, mettete in chiaro che riparerete e cambiate discorso;
  • se siete imbarazzati senza aver fatto nulla, per paura di essere brutti, poco eleganti, o di balbettare, o non sapere cosa dire, vi si aprono due strade: dire come vi sentite. E’ consigliabile però in una situazione a due oppure di fronte ad un pubblico vero e attento ad esempio quello di una conferenza. Da evitare in situazioni di gruppo informale di persone poco attente oppure cercare di mantenere l’autocontrollo, non fare assolutamente niente, guardare con interesse gli altri, ascoltare, cercare di capire senza preoccuparsi di dover dire qualcosa, cercare di rendere a se stessi il più familiare possibile la situazione dal momento che l’imbarazzo diminuisce quanto più una situazione è familiare e prevedibile.
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© 2016 - Dott. LISA BATTELLI Psicologa e Psicoterapeuta