La violenza sulle donne e meccanismi di mantenimento

I dati nazionali, visionabili da chiunque sul sito dell’Istat evidenziano che più del 30% delle donne italiane ha subito violenza fisica e/o sessuale. Il campione riguarda le donne tra 16 e 70 anni, nella maggior parte dei casi le violenze sono domestiche, avvengono cioè all’interno di relazioni significative e rimangono taciute; lo stupro, inoltre, è più probabile e frequente da parte di conoscenti che di sconosciuti. Questi dati inquietanti, mettono ancora una volta in primo piano la relazione, quella significativa, dove l’amore si mescola alla paura, al dolore, all’impotenza, alla colpa. Lavorare sul trauma con le vittime di violenza significa lavorare sulla relazione; in questi casi, ancora più che in altri, il terapeuta diventa parte di una relazione significativa, alternativa a quella abusante, e fortemente riparatoria. Il terapeuta che osserva la violenza è sempre chiamato a prendere una posizione. Definirsi, schierarsi contro la violenza è il punto di partenza; spesso infatti ciò che nuoce è confuso e sfumato, legittimato, sia nella testa di chi subisce che nella testa di chi abusa, frequentemente a sua volta vittima di violenza nell’infanzia.

Le fasi della manipolazione

Inizialmente il rapporto è gratificante, positivo, la futura vittima è felice delle attenzioni che riceve, si sente amata, voluta, si fida. Pian piano il futuro abusante incomincia a dare regole molto rigide che hanno lo scopo di definire un universo di riferimento unico, nel quale l’aggressore chiede alla vittima di appartenere: è la fase in cui amici e parenti vengono progressivamente esclusi dalla propria vita, vengono definiti come intrusi scomodi in quell’universo privato, che pian piano si fa desolato e soffocante e diventa l’unico punto di riferimento accessibile. L’isolamento sociale apre la strada alla fase successiva, in cui la relazione si fa apertamente violenta.
La violenza è una dinamica relazionale in cui qualcuno ha il controllo sull’altro grazie alla messa in atto di strategie:

  • Aggressioni: fisiche, ma anche minacce e disumanizzazioni, come obbligo di compiere pratiche sessuali degradanti e dolorose
  • Privazioni: di cure, di privacy, di movimento, di contatto con l’esterno
  • Controllo e coercizione: ordine e controllo ossessivo da parte del persecutore nei confronti della vittima
  • Punizioni
  • Perversione logica: ridere del dolore delle vittime, proporre scelte tra opzioni impraticabili, dare messaggi paradossali, obbligare la vittima ad azioni in contrasto con i suoi valori, alternare in modo casuale gentilezza e violenza
  • Influenza: trasformare il mondo interno della vittima attraverso l’effrazione psichica e l’influenza del persecutore. In questo modo tutto ciò che la vittima sente e pensa è legato all’altro, a come l’altro lo percepisce.

Nel caso in cui siano presenti i figli, punizioni e controllo esercitati sul genitore maltrattato da parte del genitore maltrattante hanno l’effetto di privarlo ai loro occhi di rispetto e autorevolezza. La relazione tra madre e figli passa da un piano verticale, gerarchico, a un piano orizzontale, di pericolosa uguaglianza in cui il divario generazionale cessa di esistere e si è tutti vittime senza protezione.

Strategie di vittimizzazione

Le strategie di vittimizzazione hanno l’effetto di mantenere il persecutore l’oggetto privilegiato di attenzione della vittima: l’universo mentale della vittima diventa quello del persecutore, la vittima è espropriata del proprio sé, della propria capacità di giudizio rispetto agli eventi nella quale è coinvolta.
L’attenzione delle vittime è sempre sull’altro, il persecutore, a cosa pensa, cosa vuole, nel tentativo disperato di aderire alla sua griglia mentale. I fenomeni dell’impotenza appresa, del pensiero binario e l’espropriazione del proprio universo mentale spiegano la passività estrema di queste persone, che spesso suscitano in chi tenta di aiutarle reazioni di rabbia e frustrazione, perché non reagiscono, non agiscono, fanno fatica ad assumere una posizione attiva e protettiva nei confronti di loro stesse e dei loro figli. Perché questi sentimenti non lascino spazio alla colpevolizzazione della vittima (“se l’è voluta, non vuole tirarsene fuori, istiga l’aggressore”) perpetuando il ciclo di vittimizzazione, è necessario ricordare sempre che si tratta persone che hanno subito un processo di trasformazione profondo e sono state isolate a lungo, private di punti di riferimento sociale e affettivo.

Cosa fare?

In primo luogo è necessaria la valutazione del rischio; successivamente si agisce sulla riduzione del rischio, facendo leva, quando possibile, sulle possibilità di autoprotezione e sulle risorse della persona. Per capire se questo è attuabile è necessaria una precoce valutazione degli aspetti dissociativi, che comprometterebbero chiaramente le azioni autoprotettive, rendendo quindi necessario l’allontanamento immediato da casa. Nei casi in cui questo non avviene si può iniziare a lavorare con la vittima perché incominci a ritagliare un piccolo spazio fisico e mentale in cui stare senza il persecutore, in cui possa incominciare a riappropriarsi di sè, ad avere dei segreti, piccoli momenti in cui ciò che domina dentro di lei non è la mente dell’altro. Il percorso procede poi con lo svelamento del gioco relazionale dell’aggressore: la vittima deve poterlo comprendere, pian piano acquisire di un punto di vista esterno alla dinamica relazionale che la domina e, grazie a questa presa di coscienza incominciare il distanziamento emotivo dal persecutore, questo apre alla possibilità di ricominciare a fare scelte autonome.

Una volta costruita l’alleanza il lavoro psicoterapeutico che segue procede per fasi e obiettivi:

  • Ricostruzione della storia personale
  • Affrontare le memorie traumatiche
  • Elaborazione del lutto
  • Ricostruzione di legami affettivi
  • Imparare a combattere
  • Riconciliarsi con sé stessi


Fasi nella violenza domestica

La violenza domestica, alla stessa stregua di altre forme di violenza, è fortemente correlata al concetto di potere, e il suo fine ultimo non è semplicemente quello di provocare dolore o sofferenza fisica alla propria partner, ma, piuttosto, quello di sottometterla, piegarla, ingessarla dentro mille forme diverse di paura, annichilirla. Con la terminologia “violenza domestica” si vuole indicare quella tipologia di violenza praticata dal partner intimo della vittima, indipendentemente dal luogo in cui viene agita la violenza e dalla forma che essa assume.
La violenza fisica, nonostante lasci delle tracce chiare e distinguibili della sua infausta presenza, è solo la superficie emersa, ciò che è accessibile agli occhi, di una dimensione violenta bulimica, feroce, ingorda.

L’art 1 della Dichiarazione ONU sull’ ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE (1993) recita:
E’ “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata. La violenza domestica, non è solo violenza fisica, ma anche psicologica, sessuale ed economica.

Vengono descritte tre fasi della violenza di genere, più specificamente, domestica, che tendono a ripetersi senza soluzione di continuità, o meglio, fino a che, come accade molto spesso, la donna cessa di vivere per mano dell’uomo violento.

  1. La prima fase è quella in cui la tensione cresce, che inizia attraverso una subdola violenza verbale, un alterco; l’uomo violento manifesta nervosismo crescente, è perennemente irritato e tende ad avere un atteggiamento opaco, ambiguo che provoca confusione nella donna. Mentre lui mostra distacco, la donna inizia a temere un abbandono e così evita di contestare il proprio compagno od opporsi ed asseconda ogni sua mossa, ogni suo volere.
  2. Nella seconda fase, improvvisamente, la violenza esplode nelle forme più drammatiche.
  3. A questa fase, segue quella di una finta riappacificazione. L’uomo violento si riavvicina giurando pentimento e pronunciando scuse e parole d’amore a profusione. Chiede perdono e viene prontamente perdonato e riaccolto. Nei primi episodi di violenza, la fase della falsa riappacificazione dura generalmente più a lungo, mano a mano che gli episodi tendono a ripetersi la durata si abbrevia. Questa fase costituisce una sorta di rinforzo positivo per la donna, che con l’alternarsi di ogni fase e il susseguirsi dei cicli diventa sempre più dipendente, sempre più bisognosa di quel legame malato, mentre l’uomo violento acquista sempre più potere, affonda sempre più gli artigli nella mente della vittima.
    Dipendere, dal latino dependere, significa, letteralmente, essere appeso a qualcuno o a qualcosa, essere sospeso. L’aggettivo sospeso, a propria volta, rimanda ad un’idea di incompiutezza: “Senza di te sono nessuno”, “Senza di te io non esisto”.

Meccanismi di mantenimento

I meccanismi che mantengono il ciclo della violenza fanno capo, innanzitutto, alla negazione della violenza stessa da parte dell’uomo attraverso atteggiamenti di minimizzazione, razionalizzazione e giustificazione dell’atto violento:


“Ti ho spinta, non ti ho picchiata!”
“Sei esagerata, sei permalosa!”
“L’ho picchiata per fermarla, sembrava impazzita, non ho avuto altra scelta!”

Questi meccanismi si evolvono in maniera progressiva e hanno l’effetto di sottomettere sempre più la donna.

Il primo step è l’intimidazione: la donna viene spaventata attraverso comportamenti imprevedibili, attraverso minacce di violenza e di morte contro la sua persona; minacce di violenza contro figli o altre persone care, violenza contro gli animali domestici, danneggiamenti degli oggetti della donna. Critiche pesanti, umiliazione, derisione. Questa violenza, incessante, conduce la donna a distorcere la realtà e a credere di meritare, per un qualche sconosciuto motivo, quelle violenze e quanto altro le sta accadendo. Lo step successivo è l’isolamento: il partner violento fa in modo che la donna si allontani dalle figure di riferimento importanti, dai propri familiari, dai propri amici, ai quali si nega, li allontana, tronca relazioni importanti, rinuncia al proprio lavoro ed alla propria indipendenza pur di non perdere il proprio uomo, che continua a minacciarla di abbandono. Nel giro di poco, la donna, si ritrova sola, senza l’appoggio e il supporto di nessuno. Si ritrova in completo isolamento affettivo, avviluppata confusamente ad una relazione dannosa all’interno della quale ha imparato a cogliere il proprio, unico, universo di senso.

L’altro step è la svalorizzazione che porta la donna a perdere il senso di sé, il senso della propria identità come donna, come compagna, come madre e a sperimentare un profondo, dolorosissimo sentimento di inadeguatezza e angoscia; si sente debole ed incapace; i sensi di colpa e di fallimento diventano potentissimi e arriva a credere di aver causato lei stessa i maltrattamenti subiti, di non valere niente perché incapace di interrompere la relazione e, soprattutto, di desiderare di mantenerla.

Conseguenze

Le ricerche dimostrano che nel susseguirsi e rinforzarsi di questi gironi infernali la donna sviluppa gravi disturbi depressivi (le donne abusate hanno un rischio 5 volte maggiore di soffrire di depressione delle altre donne) e ansiosi. La donna vive in uno stato di perenne allarme, con una sensazione incalzante di pericolo; ha costantemente paura, è fortemente turbata da pensieri ed immagini intrusivi delle violenze subite, flashback, incubi notturni e il suo umore diventa sempre più instabile; sviluppa gravi disturbi del sonno. Le donne maltrattate dal partner presentano un rischio molto alto di sviluppare un disturbo post-traumatico da stress (PTSD). È stata riscontrata una importante correlazione positiva fra la potenza della violenza subita e la gravità dei sintomi di PTSD.
È stata, inoltre, rilevata una correlazione estremamente significativa fra PTSD e ogni diversa forma di violenza domestica: l’aspetto psicologico della violenza domestica è la componente che maggiormente predispone al PTSD. L’immagine che ne deriva, è l’immagine di una donna completamente nuda e prosciugata, deumanizzata, priva di ogni difesa, che si dà nella forma più estrema di fragilità assoluta, sprofondata in un abisso senza fine di disperazione e scoraggiamento. Sente di non farcela più, che non ha più senso fare qualsiasi cosa.

La donna, che vive in condizioni di abuso, di fronte alle minacce di violenza o anche di morte, di fronte al senso di impotenza, quando sente di aver perso ogni forza o quando sente di non poter opporre alcuna resistenza, si arrende, si prostra, si annulla; vive aspettando la scarica elettrica improvvisa, il dolore che certamente arriverà e la punizione di colui che ormai possiede totalmente la sua vita, che è, a fasi alterne, carnefice e padrone capace di smisurato tormento; compagno premuroso capace di annullare qualsiasi angoscia. Di fronte a questi drammatici scenari, la donna, esausta, reagisce dissociando, allontanandosi dalla realtà, comportandosi come se le violenze non fossero più capaci di elicitare quelle emozioni e quelle reazioni che le situazioni di grave pericolo, solitamente, generano.
La donna, completamente sola, incapace di qualsiasi genere di azione perché ha paura, perché ha perso ogni punto di riferimento esterno; ha perso il lavoro, ha allontanato amici e parenti, e spesso, addirittura, subisce biasimo sociale da parte della stessa famiglia di origine o anche dagli amici, è totalmente dipendente dal partner anche dal punto di vista economico. Paralizzata all’interno di una totale sottomissione e dipendenza ed incapace di riuscire ad immaginare una vita diversa, una vita migliore non è più in grado di interrompere la sua condizione di vittima ed uscire dalla spirale della violenza.


Conclusioni

Si è parlato di violenza domestica assumendo che la vittima sia la partner femminile della relazione perché è statisticamente provato che il numero di donne che usa violenza contro il proprio partner è estremamente esiguo. Inoltre, la violenza praticata dalle donne non assume quasi mai le caratteristiche di ripetitività e, soprattutto, intenzionalità che caratterizzano la violenza degli uomini contro le donne, ma spesso la donna, quando agisce violenza, lo fa semplicemente per difendersi dalle aggressioni del partner.

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© 2016 - Dott. LISA BATTELLI Psicologa e Psicoterapeuta